Una vita come tante di Hanya Yanagihara: non sempre si guarisce dal trauma

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Una vita come tante di Hanya Yanagihara: non sempre si guarisce dal trauma

Non è facile recensire Una vita come tante di Hanya Yanagihara.

Il succo potrebbe essere: sono contenta di averlo letto, ma non sarei in grado di leggerlo di nuovo.

Più di 1000 pagine per questo romanzo tanto acclamato dalla critica, la cui forza narrativa ti scaraventa nella vita di Jude in una escalation di sofferenze al limite della credibilità.

Copertina del libro

La trama

La storia si svolge a New York in un arco temporale che copre circa quarant’anni, forse a partire dagli anni ’80, ma non lo sappiamo con esattezza.

Jude, Malcom, JB e Willem sono quattro ex compagni di college – trasferitisi nella metropoli da una cittadina del New England – che invecchiano tra i 20 e i 50 anni, condividendo successi e dispiaceri. Anche se all’inizio sembra un racconto di vita post-college, presto si trasformerà in qualcos’altro.

La seconda sezione del libro, a partire dalle quattrocento pagine, ruota infatti attorno alla vita interiore di Jude. Man mano che si procede con la lettura emerge un quadro sempre più completo di questo avvocato brillante e della sua sofferenza. Il suo passato è un vero e proprio mistero che si rivela nel corso della storia – in una costruzione magistrale tra flashback e salti temporali continui – insieme al terribile segreto che nasconde da sempre e che segnerà la sua intera esistenza.

Perché ho scelto di leggerlo

Una vita come tante mi è stato regalato dagli amici per il mio compleanno – che cade in agosto. Ho temporeggiato fino a Natale prima di leggerlo perché molti dicevano fosse un’esperienza traumatica.

Era nella mia lista dei desideri, ma in effetti conoscevo poco della trama. Sapevo solo che è la storia di quattro amici che vivono a New York e che “fa piangere tantissimo”.

E chi sono io per negarmi questo piacere?

In realtà non ho versato una lacrima, giusto un po’ di commozione sul finale abbastanza prevedibile. Ma quello che più mi ha sorpreso è che il romanzo non è affatto un tributo all’amicizia tra uomini adulti. Perlomeno, non solo. È principalmente un racconto sconvolgente e devastante sul trauma degli abusi sessuali sui minori, pesante e difficile da digerire: in un paio di occasioni mi sembrava quasi di non respirare.

In fondo, non ero preparata abbastanza.

Non sapevo, ad esempio, che una delle cose che la Yanagihara volesse fare con questo libro fosse descrivere la violenza senza alcun filtro, rendendola vivida ed esplicita. O dare vita a un personaggio che non migliorasse mai. Che non avanzasse mai nella guarigione dal trauma e che non ci fosse alcuna possibilità e volontà di redenzione.

Ci si rende conto a un certo punto che l’autrice porta avanti una sorta di respingimento del lieto fine per dimostrare che a volte dal trauma non si torna indietro. 

Foto di Peter Hujar

Cosa non mi è piaciuto

La quantità di episodi violenti ed efferati è troppa, tanto che a un certo punto della storia è facile domandarsi “ma capitano tutte a lui?”.

I personaggi sono piatti e non c’è alcuna evoluzione. La mancanza di riferimenti storici e temporali lascia i personaggi fluttuare in un eterno presente dove li immagini sempre ventenni. I pensieri di Jude sono ripetitivi, quindi un po’ di carta poteva essere risparmiata. 

Lo stile della Yanagihara è semplice, forse un po’ acerbo. Tuttavia ha una forza trascinante, la lettura scorre senza intoppi. Empatizzare con il protagonista è facile, ma anche la persona più dotata di sensibilità si stanca dei troppi “Mi dispiace” e dei costanti rifiuti.

Perché leggerlo

Nonostante la sua mole, si legge molto facilmente, ci sono intere pagine che divori tutte d’un fiato. Bisogna sapere però che non è un romanzo sull’omosessualità o sull’amicizia, ma sul dolore e sulla convivenza con il trauma. Sull’impossibilità di salvare chi non si ritiene degno di essere salvato.

La scrittrice americana scava a fondo la psiche umana e restituisce un carico emotivo importante, di coinvolgente umanità. La vita di Jude oscilla sempre tra la luce del riscatto e il baratro dell’autodistruzione, così anche il lettore viene risucchiato da questa sensibilità speciale e tormentata.

Non mi ha conquistata del tutto, per i difetti di cui parlavo prima, ma non posso negare che sia avvincente e ipnotico, nonché struggente e doloroso.

Curiosità

La foto di copertina si intitola Orgasmic Man ed è tratta da una serie di foto scattate negli anni ’60 da Peter Hujar, come le altre che accompagnano questo articolo.

Non è di immediata interpretazione, a causa dell’ambiguità sul fatto che l’uomo provi piacere o dolore. Una scelta azzeccata: in questa storia moltissimo ruota attorno al corpo, al sesso e all’intimità.

La citazione

Avrebbe mai riflettuto, si domanda a volte, sul concetto stesso di solitudine, se non gli avessero ricordato che, in teoria, dovrebbe sentirsi solo, che c’è qualcosa di strano e inaccettabile nel tipo di vita che conduce? C’è sempre qualcuno che gli chiede se non gli manchi ciò che non ha mai desiderato o considerato possibile.

 

Lascia un commento se hai letto anche tu questo romanzo e dimmi da che parti ti schieri. 🙂


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