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Paura di volare: di quella volta che ho pensato di averla sconfitta

Da quando ne ho memoria, ho sempre sofferto di aereofobia (paura di volare) nella sua manifestazione più devastante possibile: l’ansia anticipatoria.

Dicesi ansia anticipatoria quel fenomeno stracciacoglioni che ti impedisce di vivere serenamente e in modo funzionale dalle 24 alle 72 ore che precedono un evento particolarmente stressante. Significa non dormire bene, sentirsi agitati come se stesse arrivando l’Apocalisse, vivere come se avessi una pistola alla tempia che ti costringe a fare quello che non vuoi, ma che devi fare.

Per me, l’evento più angosciante di tutti è prendere l’aereo. O meglio dire, ERA.

Non starò qui a stilare una classifica sulle dieci cose da fare per superare la paura di volare perché so perfettamente che è una fobia irrazionale e soggettiva, e nessuno – salvo un terapeuta – può aiutarti ad affrontarla. Amo troppo viaggiare per poterci rinunciare e, quindi, mi sono fatta aiutare, con lo stesso scetticismo della signora Fletcher che vede lo sceriffo di Cabot Cove risolvere il caso del giorno.

Le persone con cui ho volato solitamente si sono sempre preoccupate di cose che per me non erano affatto rilevanti: azzeccare il gate, non imbarcare il bagaglio, ricordarsi dei documenti. Io invece avevo un pensiero fisso: arrivare sana e salva. Superare il decollo senza farmi mancare l’aria e riuscire a stare seduta per tot ore senza smaniare. Cose che oggi riesco più o meno a fare, ma soprattutto sono libera dall’ansia anticipatoria.

Mentre faccio i bagagli provo a concentrarmi su come voglio essere vestita quando sarò a destinazione. Non parto senza il mio kit di sopravvivenza. Scarico sull’app di Netflix serie tv o film che possano distrarmi. Uso abiti comodi e porto con me un sedativo naturale a base di erbe, che ho sempre preso fino a quando ho capito che non ce n’era più bisogno. Ho volato da sola senza stressare nessuno. Ho fatto piccoli passi che per me sono giganti e che l’ultima volta mi hanno permesso di sorridere, mentre tenevo gli occhi chiusi durante un decollo, perché lì è stato il momento in cui ho capito che mi stavo abituando.

Cominciavo ad avere meno paura dei rumori che sentivo e a capire che solo perché è sconosciuto non significa che sia pericoloso. Preferisco ancora il lato corridoio al posto finestrino, ma ogni tanto mi piego in avanti per guardare le nuvole e magari fotografarle. Per ricordarmi che se ti viene voglia di afferrarle, come fossero zucchero filato, vuol dire che sei sulla strada giusta.