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Perché non mi è piaciuto il documentario su Amanda Knox

Tra un episodio di Friends e una puntata di Breaking Bad, ho avuto il tempo di vedere “Amanda Knox”, il documentario sul famosissimo delitto di Perugia del 2007, un caso di cronaca che ha interessato parecchio l’opinione pubblica. Un prodotto originale Netflix che – già dal titolo – mostra da che parte sta e quale delle facce coinvolte nella vicenda dell’omicidio di Meredith Kercher intende raccontare.

Rod Blackhurst e Brian McGinn, autori e registi statunitensi, hanno scelto di “riaprire” il caso confezionando un vero e proprio studio psicologico sulla personalità di Amanda Knox, ponendo l’accento su quanto sia stata pericolosa la pressione mediatica, senza trascurare gli errori giudiziari che hanno portato poi all’assoluzione. Dal punto di vista tecnico, come quasi ogni prodotto targato Netflix, è ineccepibile. Tuttavia, non solo il documentario sembra palesemente prendere una direzione in favore della coppia accusata di omicidio, ma trascura un insieme di informazioni importanti (come quelle relative alla condanna di Rudy Guede) per scagliarsi, invece, contro il sistema investigativo e il mondo giornalistico.
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Ad aprire questo racconto è proprio Amanda: oggi la ragazza ha un aspetto bon ton e ripulito, sembra molto più grande dell’età che ha, ma è il suo sguardo privo di colore ciò che forse colpisce di più. Viene ripresa nella casa dove vive a Seattle, mentre cucina serenamente e accarezza il gatto, spiegando che nonostante sia tornata in America, non è ancora riuscita a riappropriarsi della sua vecchia identità. Queste immagini si incrociano con quelle rubate dalla stampa dell’epoca, mentre lei è avvinghiata a Sollecito e si fa consolare perché ha appena scoperto che la sua coinquilina inglese è morta. Una ragazza di vent’anni che – a detta delle testimonianze – non ha mai pianto per Meredith.

 

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Blackhurst e McGinn hanno seguito il processo per cinque anni, dal 2011 in poi, costruendo il documentario sulle interviste a quattro personaggi, due dei quali non sono noti al grande pubblico. Oltre, infatti, ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito, sullo schermo vediamo anche Giuliano Mignini, il procuratore generale che seguì all’epoca il caso di Meredith, e Nick Pisa, giornalista del tabloid inglese Daily Mail, tra i primi a scrivere dell’omicidio e a diffondere scoop e notizie (spesso false) su abitudini sessuali e vizi della Knox.

Certamente Nick Pisa è il personaggio più urticante del film, in confronto al quale Barbara D’Urso è Corrado Augias. Orgoglioso di aver firmato tantissime prime pagine e di aver attribuito ad Amanda il soprannome di Foxy Noxy, confessa di essere stato il primo ad appropriarsi dei diari segreti che la ragazza scriveva in carcere, pubblicando decine di articoli basati su notizie false e costruite ad hoc. La sua intervista basta a distruggere l’etica del giornalismo con poche battute, mentre il procuratore generale si mostra più desideroso di risollevare la propria autostima ed essere riconosciuto e apprezzato dai suoi compaesani piuttosto che essere dedito a un’obiettiva ricerca della verità. Sollecito, dal canto suo, si presenta come non era mai apparso nei salotti televisivi italiani: insicuro, buffo, timido con le donne, intenerito quando ripensa alla storia d’amore con Amanda.

 

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Più che un ricostruzione fedele dei fatti, il documentario intende mostrare come le vite di Amanda e Raffale siano state sconvolte per oltre sei anni tra condanne e assoluzioni, carcerazione preventiva e diffusione degli aspetti più privati della loro esistenza, senza chiarire però perché Rudy Guede dovrebbe essere davvero l’unico colpevole di tutta questa faccenda. Se i due registi americani avessero fatto una chiacchierata con Franca Leosini, forse oggi avremmo saputo qualcosa di più.